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Psychedelic playground

È passato un po’ di tempo dal mio ultimo post. Colpa degli impegni, dovrei dire; più che altro colpa del fancazzismo invece. Ho talmente tante foto da mettere in rete che mi vien male al solo pensarci. E rimando, rimando… Comunque, un po’ per volta, mi sforzerò di svolgere il gravoso compito. Capirai il sacrificio, manco fosse un lavoro in miniera…

Comunque. Un paio di mesi fa, mi sono ritrovata per caso un un parco giochi deserto nella zona di Bosworth Road, Emslie Horniman’s Pleasance si chiama questo strano posto. Non credo esista qualcosa di più malinconico di un parco giochi senza bambini; forse uno stabilimento balneare in inverno o un palazzo in pieno centro disabitato, con assi alle finestre e alle porte, non saprei. Eppure questo parco giochi è tutto fuorché deprimente.

Come spesso accade qui a Londra, le strutture dedicate al pubblico sono un’occasione per i giovani architetti di confrontarsi con la difficile arte di unire l’estro creativo con la funzionalità pratica, landasciando magari, nel contempo, una piccola impronta personale in una città in perpetuo mutamento.

L’Emslie Horniman’s Pleasance, oltre a godere di un parco nel più classico degli stili ha, annidato nel suo nucleo centrale, un minuscolo angolino dedicato ai bambini. Questo semicerchio protetto, strutturato in ripido dossi, è coperto di tartan variopinto ed è disseminato di altalene ed altri giochi in legno.

L’effetto ottico è notevole: onde color cobalto, righe e spirali rosa e verdi, stelle, cerchi. Un’isola di luminosa allegria che può offrire, a chi si diletta di fotografia astratta, una scusa irrinunciabile per baloccarsi per ore con tre preziosi ingredienti: patterns, pallettes e textures.

Chincaglierie

Ecco qua, gli ultimi scatti residui di questo periodo natalizio. Li butto dentro così, a casaccio, un po’ perché non ne posso più di vederli posteggiati nella cartella “foto per il blog” un po’ perché, con la situazione italiana che ci aspetta nel 2010, la voglia di festeggiare, ahimé,  mi è passata rapidamente. Comunque, per quel che può valere, è stato bello, finché è durato.

La tradizione anglosassone prevede una calza piena di piccoli regali appesa al caminetto per Natale, un po’ come da noi per la befana. Questa, in particolare, è stata da me amorevolmente rimpinzata di cose totalmente inutili e decorative (come è giusto che sia) e poi spedita oltre Manica alle figlie della mia cara amica Graziella.

Mannaggia alla memoria, non ho la più pallida idea di dove abbia scattato questa foto. Suppongo dalle parti di Pottery Lane ma potrei sbagliarmi. Ogni volta che sono tentata di portarmi dietro il polarizzatore, penso a scatti come questo e mi dico: naaaa, i riflessi sono nostri amici :)

Altra usanza tipicamente British è quella di appendere i biglietti d’auguri in bella mostra nel luogo “di comunicazione” della famiglia, la finestra principale. Sulle finestre Londinesi ho realizzato un piccolo lavoro qualche tempo fa, se avete voglia vi consiglio di dargli un’occhiata perché racconta un fenomeno molto particolare e molto diffuso (lo trovate QUI»).

Questa spettacolare decorazione faceva bella mostra di se in un negozio di arredamento, luogo dove maggiormente l’immaginazione dell’Inglese medio prende il volo (secondo soltanto alle agenzie di viaggio, specificatamente quelle con paradisiache isole tropicali in vetrina).

Palline e cuoricini rossi su un arbusto in Ladbroke Grove. Se pensate che l’allestimento sia spartano, avreste dovuto vederlo di lì a qualche giorno, quando l’alberello era coperto di fiorellini candidi (poi è arrivata la nevicata e li ha fatti secchi tutti!).

Poco prima del sorgere del sole, la chiesa di St. John the Evangelist, su Ladbroke Grove. Lo so, lo so, la fotografo sempre, ma il fatto è che ancora non sono riuscita a rendere come si deve la sua tenebrosa bellezza. Una struttura lugrube e splendida allo stesso tempo, come solo le costruzioni gotiche sanno essere.

Lucine rosse all’ingresso di un ristorante presso Holland Park Avenue.

Kitsch che più kitsch non si può: non è solo il soggetto o il materiale sbrilluccicante (o il collare di pelliccia!) a fare di queste povere renne la decorazione più assurda ch’io abbia visto in questi giorni: anche il colore, dio onnipotente, è terrificante. Questa, e le immagini che seguono, sono state scattate alle vetrine di un divertente negozio di “cineserie” di Westbourne Park Road.

Adorabili Gingerbread Men pronti per essere venduti. Questi biscottini dall’aspetto innocente hanno origine nel lontano 1400. In Inghilterra l’usanza di realizzare figure di pan di zenzero per le feste si era così diffusa che persino la regina Elisabetta I (non certo passata alla storia per essere la più spiritosa delle sovrane) era solita farne preparare a tonnellate modellate in effigie dei suoi più illustri ospiti.

L’incredibile cornice di coccarde festive qui ritratta, ha richiesto una settimana di lavoro per i proprietari di questo negozio di antiquariato in Portobello Road. Un broccato sfavillante composto da migliaia di nastri, un lavoro di una bizzarria unica.

Luci colorate e singolare allestimento nella vetrina del negozio di abbigliamento “Jack Wills” in Portobello Road. Staccionata in stile country, piante secche, neve artificiale e…

… un corvo impagliato (!). Sulle bestiole impagliate, presenti in molte vetrine della zona, dovrò scrivere un post a parte un giorno o l’altro. Gli amanti degli animali non inorridiscano; se pur, purtoppo, effettivamente deceduti, si tratta generalmente di veri e propri pezzi di antiquariato risalenti alla prima metà del novecento, se non più vecchi. Non amo gli animali impagliati, li trovo, come dire, uno spreco di vita, ma rassegnamoci: queste povere bestie, a distanza di un secolo, sarebbero ormai morte e sepolte comunque.

E per concludere, giusto per non farci mancare niente, cosa sarebbe un ultimo dell’anno Londinese senza una parrucca viola fluorescente? Gli appassionati di telefilm vintage di fantascienza mi capiranno: se avessi un paio di decenni di meno (e non mi vergognassi come una ladra) io questa copia datata 1969 della pettinatura futuristica del colonnello Gay Ellis in UFO la metterei eccome, e all’istante!

London blues

Una cosa che salta all’occhio a chi, come me, vive (meglio dire sopravvive) di fotografia, è che ogni città, ogni luogo -ma anche ogni non-luogo- ha un suo colore. I colori rappresentano per me qualcosa in più di una semplice vibrazione cromatica: sono una sensazione, un’emozione, un mood. Allo stesso tempo, la totale mancanza del colore delle immagini in bianco e nero, suggeriscono un’assenza, un vuoto che si protende oltre l’occhio fino ad afferare qualcosa di disincarnato presente ma silenziosamente nascosto nella nostra mente. Per questo, quando mi viene chiesto cosa io preferisca, la fotografia a colori o quella in bianco e nero, sono incapace di scegliere: si tratta di due cose diverse, due linguaggi diversi, che non possono sostituirsi l’uno con l’altro.

Ma qui vorrei parlare dei colori, e specificatamente dei colori di Londra. Sarà forse perché amo vivere la città prevalentemente nelle ore, per così dire, di passaggio, poco prima dell’alba e durante il crepuscolo, ma io Londra l’ho sempre identificata come una sfumatura di blu. Non è solo una questione di sensazione, anzi, non lo è affatto (da un punto di vista emozionale Londra la definirei più un luogo cremisi e avorio, se questo ha un qualsiasi senso!) è invece proprio una costatazione: un buon 90% delle mie foto finiscono per essere dominate da un profondo blu elettrico; quando non si tratta delle decorazioni, le luci o le strutture cittadine, è il cielo stesso a infiammare di ceruleo splendore l’aere.

Purple lights sull’albero centenario che cresce a Portobello presso Tavistock Road

Un tralcio di cristallini fiori luminosi in un negozio di Goldborne Road.

Decorazioni natalizie presso Holland Park Avenue.

Luci rosse e cielo color cobalto; scattata molto prima dell’alba presso St John’s Gardens.

Lo Shannons Bar su Portobello Road.

La vetrina dello Zen Sushi Bar a Portobello Road.

“Plastica non mangiare” dice questa scritta riferendosi all’appetitoso (finto) Nigiri sushi.

L’alba illumina di rosa il mitico Electric Cinema inaugurato nel 1910.

Una delle più belle villas di Notting Hill. Sita a Ladbroke Grove, si affaccia da oltre 100 anni sulla cattedrale di St John the Evangelist.

Non è difficile immaginare la famiglia Darling (Peter Pan) raccolta intorno al sontuoso albero di natale che occupa quasi interamente la bay window di questa residenza d’epoca tardo-Vittoriana.

Portland Road si riflette nella vetrina di un ristorante addobbato a festa.

Un altro enorme albero di natale ripreso poco prima dell’alba, questa volta nella lussuosa Blenheim Crescent.

Nuvole cariche di pioggia si addensano su Portobello Road.

A merry little Christmas

Ho smistato un altro pacco di immagini che avevo scattato qualche giorno prima di natale e dunque ve le propongo. Siccome, fortunatamente, sono ancora animata da giulivo spirito festivo (contrariamente alla filosofia di taluni che godono a strappar via luci e decorazioni appena passato il 25) pubblico con un po’ di ritardo questo post che era in programma per i giorni scorsi ma che poi impegni imprevisti mi hanno costretta a rimandare.

Che le porte delle case londinesi siano particolarmente appariscenti è cosa nota ma pochi hanno l’occasione di ammirarle quando danno il meglio di sé, abbellite da ghirlande di ogni forma e colore. Questa è una piccolissima collezione, una specie di mini-poster che mostra il lato gioioso (e giocoso) dei gelidi Inglesi, che poi tanto gelidi non sono (fate click sull’immagine per ingrandirla).

E qui di seguito potete vedere le singole porte maggiormente ingrandite. Buone feste a tutti! :)

Sottozero

Questa mattina, con la lancetta piantata sul -3 stampato sul termometro, una luce spettacolare tagliava con perfido contrasto Notting Hill. Ne ho approfittato per scattare qualche foto in giro per il mercatino di Portobello.

Non c’è da farsi ingannare dall’oro zecchino del sole. C’era un freddo birbante, in strada, alle otto del mattino.

La neve ancora resiste su questa macchina proveniente dalle zone rurali a nord di Londra.

Un nuovo dinosauro meccanico pascola posteggiato di fronte all’esposizione “Mutate Britain” in Portobello Road.

Venditori del mercatino e pubblico che passeggia intabarrato in cappotti e sciarpe curiosando sui tavoli coperti di merce.

Merce accatastata in un furgone pronta per essere esposta sui tavoli presso il sottopassaggio della Westway.

Dolci gonfi di creme e marmellate, tentazioni irresistibili per gli affamati passanti mattinieri (ma io, stoicamente, resisto con la dieta!).

Alberi in vendita sul marciapiede all’incrocio con Portobello Road. Pur detestando l’idea di vedere tali giovani piante falcidiate con la scusa della tradizione (il natale come lo conosciamo oggi è invenzione dell’Inghilterra Vittoriana che lo introdusse nella seconda metà dell’ottocento, seguendo l’usanza germanica, negli eleganti salotti borghesi) non si può negare che il profumo di abete che si respira passeggiando per il mercatino in questo periodo è a dir poco meraviglioso.

Alla buon’ora, cioè dopo più di un mese dall’acquisto della Lumix, ho finalmente trovato il tempo di esplorare un poco i settaggi interni del mio giocattolino. Naturalmente il manuale fornito con la macchina è un disastro: lessicalmente caotico e graficamente dislessico (oltre che clamorosamente incompleto) ti obbliga a provare sul campo certe impostazioni per capire come caspita funzionino. Poco male, una scusa in più per scattare foto. Devo dire che, essendo i settaggi pre-programmati dedicati a chi di fotografia non ci capisce una cippa e vuole solo scattare l’istantanea fregandosene di ISO, profondità di campo, tempi di posa eccetera, non mi aspettavo un granché. Invece, devo ammettere mio malgrado che almeno un effetto speciale (e chissà, forse anche altri che scoprirò in futuro) questi diavoli della Panasonic lo hanno proprio azzeccato. Si tratta di un filtro dal nome bizzarro di “sabbiatura” e qui uno si immagina subito un paio di baldi giovinotti che scorticano polverosi soffitti di mattoni sparando sabbia a pressione da macchine roboanti, o (i più romantici come la sottoscritta) una paciosa signora di inizio secolo che si seppellisce in spiaggia per curarsi dai reumatismi.

In verità entrambe queste immagini hanno qualcosa a che vedere con il filtro in questione il quale, semplificando, trasforma l’immagine scattata in un bel bianco e nero contrastato aggiungendo poi una particolare grana artificiale che impreziosisce la foto con un effetto (appunto) “sabbioso”. Questo particolare settaggio è terribilmente divertente per almeno un paio di ragioni: innanzitutto permette di vedere nel display di ripresa il mondo in bianco e nero. Questa può sembrare una piccola cosa per certi giovinastri moderni senza dio e senza reflex con esposimetro manuale ma chi, come me, ha scattato su pellicola Ilford per una vita, resterà quantomeno interdetto nel vedere per la prima volta il soggetto inquadrato trasformato in un perfetto bianco e nero. Magia della moderna tecnologia, con il bianco e nero digitale il divertimento comincia prima dello scatto perché anche solo guardarsi intorno attraverso questo filtro è un’esperienza entusiasmante dove la foto, tutto sommato, finisce per diventare il souvenir dell’emozione provata e non la sua ispiratrice.

Dunque il filtro “sabbiatura” toglie saturazione all’immagine. E poi? Poi aumenta il contrasto (togliere semplicemente la saturazione renderebbe l’immagine grigiastra e troppo morbida, come chi lavora con i raw ben sa) e gioca sulle curve dei livelli. E poi, naturamente, aggiunge la “sabbia”.

Purtroppo, riducendo per il blog le foto, l’effetto particolare della grana aggiunta è poco visibile. Ma basta pubblicare un dettaglio al 100% della misura originale e subito si comprende il perché del nome del filtro.

Tenete presente che questa foto è comunque compressa due volte (la prima al momento dello scatto -la Lumix salva solo in formato jpg- la seconda per alleggerire l’immagine per il web). La grana, nell’originale, è meno pixellata e ricorda molto le vecchie pellicole ad alta sensibilità. L’effetto finale e qualcosa a metà tra la foto e il disegno a carboncino, deliziosamente pittorico e grunge quanto basta per far gongolare la nostalgica fricchettona che è in me.

Un’altra utilità di questo filtro è il fatto che la grana artificiale è volutamente più definita del preesistente “rumore” (cioè quella granulosità irregolare e imprevedibile, spesso multicolore, tipica delle fotocamere economiche o con sensore di piccole dimensioni) e questo permette di camuffare tali aberrazione grafiche rendendole meno evidenti.

Il filtro lavora bene in ogni situazione ma con la pietra, il legno e il ferro dà veramente il meglio di se.

Naturalmente è possibile ottenere panoramiche utilizzando il filtro sabbiatura. Non è però possibile utilizzare il panorama assist (il software interno che agevola lo scatto di sequenze) perché questa funzione permette di ottenere solo immagini a colori. Con un po’ di pratica sarà comunque facilissimo ottenere ottimi risultati. Il programma per computer che viene fornito insieme alla macchina farà poi il resto correggendo eventuali errori di parallasse (e poi, naturalmente, c’è sempre il buon vecchio photoshop pronto a correre in vostro aiuto).

La finestra di una chiesa gotica è sempre interessante da fotograre. Quando poi si ha la fortuna di cogliere il pastore che passa dietro il vetro, allora il risultato può essere decisamente evocativo. Se a questo si aggiunge un bianco e nero ruvido e contrastato, l’effetto“soprannaturale” è assicurato.

Marmo, acqua, cielo livido e alberi invernali: in bianco e nero anche una fontanella novecentesca sul marciapiede diventa un microcosmo suggestivo.

La curiosa protezione dei fanali di un camion speciale dei lavori stradali: abbondate con fango e ruggine e la vostra sabbiatura vi amerà per sempre.

La fotografia architettonica è sempre interessante; ma solo se fotografato in bianco e nero, il famoso palazzo della Trellick Tower, il mostruoso progetto di Ernő Goldfinger edificato nel 1972 in stile (il nome è tutto un programma) brutalista, rivela tutto il suo spersonalizzante grigiore. Trentuno piani di spietata, adamantina massificazione abitativa.

Si dice che dio (o il demonio) si nasconda nei dettagli: il citofono della Trellick Tower mostra una tastiera di 10 numeri ma serve 217 appartamenti; da qui le pedanti istruzioni per comporre, cancellare o modificare le varie combinazioni di numeri. Non riesco ad immaginare sistema più appropriato -e rapido- per mandare al manicomio gli sventurati residenti che tornassero ubriachi fradici a casa dopo una serata al pub.

E giusto che siamo in argomento… Ma come si fa a bere birra polacca quando ci si trova in Inghilterra?!

Abbastanza terrificante questo cartello che minaccia “attenti al cane” esposto nell’entrata posteriore della caserma dei vigili del fuoco di Notting Hill. Un altro luogo che non è il caso di frequentare dopo aver alzato un po’ troppo il gomito, sia per la presenza del presunto il lupo mannaro del disegno, sia per quella dei firefighters, nerboruti ragazzoni alti uno e novanta e dotati di mani grandi come badili.

Per non parlare di questo, come luogo per il doposbronza. Anzi, da evitare in qualsiasi occasione, per sicurezza.

Ardimentosi “tree surgeons” (chirurghi degli alberi, una difficile e acrobatica disciplina di giardinaggio tipica degli UK) si apprestano a staccare per la pausa pranzo dopo quattro ore di lavoro a venti metri dal suolo. Anche fare il giardiniere, a Londra, può rivelarsi un’impresa avventurosa.

Window safari

Quando ci si ritrova in ristrettezze finanziarie e si passeggia su e giù presso negozi nei quali mai potremmo permetterci di comprare neanche uno spillo, si parla di window shopping, cioè guarda la vetrina, sogna per cinque minuti e passa oltre. Io, vivendo a Londra, ho imparato a fare window safari che sarebbe una versione tutta personale dello sport -che modestamente padroneggio con inarrivabile maestria- dell’ “acquisterei tutto se non avessi le pezze al culo”. In cosa consiste? In pratica nell’andare i giro esplorando le vetrine come se si ammirassero reperti archeologici in un museo. Se poi si ha la fortuna di avere in tasca una macchina fotografica allora l’esplorazione si fa veramente interessante.

In questi giorni Londra da il meglio di sé proprio nelle vetrine. Mentre le decorazioni cittadine, in genere, sono piuttosto sobrie, i negozi offrono spunti a dir poco sorprendenti. E siccome gli Inglesi sono un popolo molto creativo, se si fa attenzione ai dettagli si possono scoprire dei piccoli gioielli nascosti. Ho una valanga di foto dedicate ai miei window safari che pubblicherò poco alla volta, ma un capitolo a parte voglio dedicarlo al natale; e a Londra, durante il natale, non esiste negozio più strabiliante (e luccicante) di Virginia.

Virginia si trova nella piazzetta dove convergono Clarendon Cross, Portland Road e Hippodrome Place. Cosa esattamente vendano è un mistero, ma questo negozietto sembra uscito dalle pagine di un romanzo di J. K. Rowling e di sicuro non sfigurerebbe a Diagon Alley.